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martedì, 18 novembre 2008
postato da: Giichi alle ore 15:35 | Link | commenti
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sabato, 15 novembre 2008

gianni

Con quella sua fissa per il nero, specie nel vestire, il neosindaco di Roma ha quell'aria un po' funerea da vespiglione (romanesco per "agente di commercio delle pompe funebri", in pratica il venditore del Cassamortaro).
Dopo tre settimane di cataratta ininterrotta, migliaia di tombini saltati e un brevetto di nuoto in dirittura d'arrivo, posso confermare che alla fama succede la fede: e non il "credere" che precedeva il fascistissimo duo "obbedire & combattere", ma fede nel fatto che il sunnominato  porti male. Ne ho avuto contezza al duecentotrentaseiesimo millimetro di pioggia caduto in tre giorni. Una contezza quasi mistica. E mi sono grattato, applicando l'antico motto dei padri latini: "terque quaterque testiculis tactis...".
E' secondo in classifica menagrami però, fatte le dovute proporzioni con il Ducetto d'Italia: quello ride e quando ride, si verificano guerre, epidemie e catastrofi, questo non ride mai, invece, ma i tombini, in compenso, saltano come tappi di champagne.

Tutto questo popò di cappello per dire che l'acqua mi ha assai stufato, che vorrei il sole per poter lavare la macchina che ha cominciato a mettere la muffa, e che, siccome oggi c'è ne è mezzo (di sole)  m'appresto a farlo seduta stante, e, infine, mi piacciono i periodi lunghi e pieni di incisi, si, li amo, che c'è proprio un'aria depressa in giro, vuoi la crisi finanziaria, vuoi Tremonti che vaneggia di default alle prossime aste del debito pubblico (se non se comprano le prossime emissioni come si restituiscono i prestiti connessi a soli 277 miliardi di euro di titoli in scadenza?), vuoi l'Alitalia che non decolla, vuoi Fede che interloquisce col professor Maracchi sugli effetti della mosca olearia sull'umore degli olivicoltori della Sabina, vuoi che m'avete stufato, o compatrioti, ma io la tele non l'accendo più, se non per l'X-Box e qualche film.
E così me ne frego. E vado a lavare la macchina. E poi a giocare: salutate Marcus qui sotto:

marcus_fenix_futurama

postato da: Giichi alle ore 15:44 | Link | commenti
categoria:politica
giovedì, 13 novembre 2008

"The Christians have overcome," he gasped in a voice whose timbre, though low-pitched, sent a curious shiver of fear through me; there was in it an undertone of icy waves sweeping along a Northern shore, as of freezing winds whispering among the pine trees. "Doom and shadows stalk on Asgaard and here has fallen Ragnarok. I could not be in all parts of the field at once, and now I am wounded unto death. A spear -- a spear with a cross carved in the blade; no other weapon could wound me."
Robert E. Howard (The Grey God Passes Away)



Disperso un dì dall'avanzata dei fedeli del Cristo e delle loro spade corte, il Dio grigio e monocolo risiede ormai negli spazi remoti e irraggiungibili del mito e della memoria ancestrale e dei suoi altari, un tempo bagnati dal caldo sangue delle vittime sacrificali, non restano che impronte nella terra nera coperte da generazioni di erica e, poi, da asfalto e cemento.
Non più drakkar a solcare i freddi mari del Nord con i loro equipaggi impavidi e rivestiti di ferro.
Non più elmi piumati a torreggiare su piccoli uomini bruni e fragili lame di bronzo.

Ma ora che persino il tempo della memoria si è esaurito come il calore della cenere nel focolare domestico e, proprio mentre anche l'ultima scintilla va svanendo, il Dio grigio volge per un'ultima volta lo sguardo sempiterno del suo unico occhio su quel che resta degli Uomini che furono: si risveglia per un ultimo istante di vigile tensione prima del torpore definitivo, prima della morte degli Dei, che possono essere infine uccisi anche quando sopravvivono ormai solo nel Mito.

Si risveglia vigile, quindi, e il suo occhio spazia d'un tratto su tutte le terre del Nord: quel che vede però lo convince con profonda mestizia che è davvero meglio consegnarsi alle pagine polverose degli antichi codici, chiuse in vecchi armadi tarlati che nessuno, se non pochi studiosi delle saghe, consulterà.
Lo convince che è meglio svanire e filtrar via da questo Piano e che non c'è futuro per l'onore dei popoli che lo venerarono un tempo, squarciando crani sulle pietre a lui sacre e recando onore in battaglia al suo nome, istoriato sugli scudi e sulle lame.

Dove c'erano fieri guerrieri, indomiti lupi dalle asce affilate, sagaci traversatori dei gelidi abissi marini ora c'è un gregge mansueto di pecore belanti, menate per il naso da strani druidi coi capelli corti e buffe stole colorate, annodate intorno al collo.

E scatole variopinte dai simboli cangianti han sostituito l'eredità condivisa della memoria dei popoli, che scorreva nelle narrazioni delle saghe, cantate davanti ai fuochi, mentre persino la cervogia è diventata insipida e acquosa  come il sangue degli uomini.

Non può esserci posto per il Dio dei Lupi in un mondo di patetiche pecore sciocche e senza memoria.

Così è alla polvere dei vecchi codici che Egli affida il suo Ultimo Sonno e il suo Nome e tosto richiude l'unico occhio e il suo terrificante pozzo grigio, perché anche gli Dei possono morire.

(dedicato a Francesca Ortolani e alla sua straordinaria passione per la musica e per il canto)

postato da: Giichi alle ore 18:24 | Link | commenti
categoria:provo a scrivere racconti
lunedì, 10 novembre 2008

postato da: Giichi alle ore 07:54 | Link | commenti
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mercoledì, 05 novembre 2008

We will fall and rise as one nation
(B.Obama, The elected President of U.S.A.)


Nel giorno della grande affermazione del Senatore Barack Obama, ascoltando il suo discorso alla folla riunitasi a Chicago per festeggiare la vittoria del candidato colored, ho avuto la sensazione, netta e forte, di una ecezionale presenza scenica.

Nell'ascoltare parole tanto retoriche, ma al contempo anche profondamente toccanti (non a caso la gran parte delle persone aveva gli occhi bagnati), ho guardato con profondo rammarico alla nostra polverosa e millenaria storia che ci rende tanto disillusi, cinici e privi di entusiasmo. Ho visto stagliarsi il profilo gobbo del Gattopardo e ho immaginato l'Italia come un enorme calderone di minestrone riscaldato e rimescolato continuamente in cui non vengono mai versati nuovi ingredienti e che è condannato ad avere sempre lo stesso rancidissimo sapore.

Gli americani hanno questa loro ingenuità quasi infantile, che ben si intravede nella loro produzione cinematografica di fantasy e fantascienza: sono un popolo che è sempre pronto a sospendere l'incredulità e sempre pronto a imbarcare gente nuova venuta da fuori. Per questo si rinnovano, mentre a noi tocca il ruolo di una nazione vecchia, debole e piegata su sé stessa, di vecchine e vecchioni (vedasi il venerabile Licio che a quasi novant'anni ancora può sparare minchiate e tutti i giornali gli vanno dietro) acide le une e imbottiti di sordido rancore gli altri. Contro tutti e tutte, in ogni momento e sempre avvelenati da noi stessi, come scrivevo più sotto.

Un veleno che produciamo da soli e ci sorbiamo, ce lo siamo sorbito, sino ad una paralisi completa dei cuori e delle menti, sicché si è verificata la nota situazione per cui, ad esempio, il sud del paese è intessuto di aree ad extraterritorialità criminale e criminogena.

Chi ci salverà da noi stessi?
Forse neanche Obama, la cui vocazione universalistica, come motore emozionale positivo in un mondo piegato dalle cattive emozioni (il NYT titola "election unleashes a flood of hope worldwide", qualcosa come "l'elezione scatena un'alluvione di speranza in tutto il mondo") trova, nello stivale, le reazioni demenziali di Berlusconi, che si offre di dargli consigli per via dell'età, e di Gasparri che, certamente, avrà sentito personalmente Bin Laden al telefono per dire quello che ha detto.
Io penso che Al Qaeda (se esiste) non sarà affatto contenta di avere di fronte un uomo sensato e ragionevole, capace di accendere la speranza nel cuore della gente, capace di mutare la paura in entusiasmo e sforzo costruttivo per il futuro.
We will fall and rise as one nation, as one people. Parole impronunciabili in Italia.

postato da: Giichi alle ore 19:05 | Link | commenti (1)
categoria:politica
domenica, 02 novembre 2008

"A Place called Home" feat. PJ Harvey

swr

One day I know
We'll find a place of hope
Just hold on to me
Just hold on to me
Walk tight, one line
You're wanted this time
There's no one to blame
Just hold on to me

(Come on my love)
And I'm right on time
And the birds keep singing
And you're right on line
And the bells keep ringing
And the battle is won
And the planes keep winging
And I'm right on time
And the girl keeps singing

One day they'll be a place for us

I walk and I wade
Through full lands and lonely
I stumble, I stumble
With you I wait
To be born again
With love comes the day
Just hold on to me

(Come on my love)
And I'm right on time
And the birds keep singing
And you're right on line
And the bells keep ringing

One day they'll be a place for us

And the battle is won
And the planes keep winging
And I'm right on time
And the girl keeps singing

One day they'll be a place for us

Now is the time
To follow through
To read the signs
Now the message sent
Let's bring it to it's final end

And I'm right on time
And the birds keep singing
And you're right on line
And the bells keep ringing
One day they'll be a place for us
And the battle is won
And the planes keep winging
And I'm right on time
And the girl keeps singing
One day they'll be a place for us

One day
I
Know
They'll be
A place
Called
Home

postato da: Giichi alle ore 15:16 | Link | commenti (1)
categoria:
giovedì, 30 ottobre 2008

Voglio stare fermo
immobile
al centro di un mondo in perenne rivoluzione

postato da: Giichi alle ore 22:13 | Link | commenti (2)
categoria:
lunedì, 27 ottobre 2008

untitledCon questa frase di Renè Ferretti, il bravissimo Francesco Pannofino, doppiatore eccelso, ma in questa sede anche ottimo interprete, si conclude la seconda serie di Boris. La metafiction di Fox non sembra voler lasciare aperta alcuna sottotrama e l'annuncio di una terza serie, attualmente in preparazione, ci lascia un po' basiti (per parafrasare il gergo del set di "Occhi del cuore 2"). Non sarà un compito facile per gli sceneggiatori Ciarrapico, Torre e Vendruscolo riaprire tematiche che sono state palesemente chiuse (Arianna e Alessandro che iniziano la loro relazioni, Machiavelli finalmente in produzione e Cristina Avola Burkstaller libera dagli oneri del set), ma il trio di Boris ci ha abituato a colpi di scena, citazionismi (memorabili Tarzanetto e Sandroni a mo' di Obi Wan e Anakin Skywalker alle spalle di Ferretti e l'inquadratura spezzata dal timer di "24") e incredibili personaggi (Domenico il disabile che ricorda il vero nome di Tarzanetto e Ermanno "sambuca" Lenzi, l'editor di Machiavelli fra tutti).
Come in tutti i seguiti, la domanda è una e una soltanto: il cast verrà rivoluzionato o soltanto rivisto?
Quale che sia la sorte di un eventuale Boris 3, la prima e, soprattutto, la seconda serie resteranno consegnate agli annali delle produzioni di nicchia che inquadrano perfettamente un dato momento storico-sociale del paese.
Boris fa ridere e parecchio, anzi Boris vira sul surreale e anche in maniera assai decisa nella seconda serie, dominata dai due personaggi interpretati da Corrado Guzzanti (l'impagabile attore psicopatico Mariano Giusti e Padre Gabrielli, uno strano sacerdote in odore di camorra).
Tuttavia ci sono, del tutto evidenti, molti elementi di critica all'attuale situazione italiana che vanno secondo me ben oltre la satira, per assurgere a quel "castigat ridendo mores" che, in tempi moderni, è stato incarnato da interpreti grandi e grandissimi come Sordi, Tognazzi, Manfredi, Celi, Moschin e, in parte, anche Mastroianni (indimenticabile commissario trombato in "Doppio Delitto"), capaci di sbugiardare e svergognare gli italici vizi, in modo anche feroce, ma mai esente da una certa vena di malinconia (e cosa c'è di più malinconico degli zingari di "Amici Miei" e della scena della morte del Perozzi?).
L'Italia di Boris è un'Italia mostruosa, anche se caricaturale: quella vera è, ovviamente, assai peggio.
E' un paese in cui anche decidere se inserire o meno la parola "buddismo" in una scena di una fiction spazzatura ha un rilievo politico, un paese in cui ogni singolo posto di lavoro, ogni singolo interesse è direttamente o indirettamente collocabile in un punto preciso di una enorme e indistricabile ragnatela di legami parentali, vincoli geografici e territoriali, antiche amicizie che sembrano le ultime vestigia dell'Italia del Cencelli e del CAF.
Guardare Boris significa anzitutto guardarsi allo specchio, come cittadini e come persone, e quello che si vede non è detto che debba piacere, sol che si vada un po' oltre lo strato di surrealismo che permea il set di "occhi del cuore 2".
C'è, in questo metateatro catodico, la comprensione chiarissima e lampante della cifra del nostro tempo, di questo scorcio di ventunesimo secolo che è, senza dubbio, da ascrivere alla voce "caos", un tempo nel quale, privo del confortante riparo delle ideologie che furono, l'italiano medio si attiene a due principi cardine della propria storia: "franza o spagna basta che se magna" e "arrangiarsi".
Anche in Boris tutti si arrangiano, tutti pongono in essere, con le parole di Vittorino Andreoli, uno sforzo per non essere travolti da una realtà che li devasta da dentro.
Il regista, Renato Ferretti, si sente un fallito, uno che ha prodotto solo "merda".
Il direttore della fotografia, Duccio Patané, dorme e tira coca, regalandoci solo fotografie sovraesposte.
Persino la giovane Arianna dell'Arti, piccolo sergente di ferro, ci guarda con gli occhioni sgranati di Caterina Guzzanti che esprimono sgomento e paura, sensazioni alle quali la piccola assistente alla regia reagisce con disciplina prussiana.
Non è detto però che la Prussia di Federico Guglielmo possa essere un buon viatico per l'Italia post moderna, post PCI e DC, post Andreotti e Craxi, post URSS e post Reagan, postera soprattutto di sé stessa, un paese piegato nel profondo, un terra di sfiducia atavica e continuamente rinnovata, "sopravvivente", ma non sopravissuta al peso delle proprie colpe storiche.

postato da: Giichi alle ore 22:35 | Link | commenti
categoria:cinema
martedì, 21 ottobre 2008

basilisk

Una tazza di tè forte. Era una semplice tazza celeste, dal bordo bianco: un manico finemente ornato abbelliva l'oggetto e gli conferiva un aspetto del tutto singolare, molto diverso da quello che ci si sarebbe potuti aspettare da una funzione così elementare, contenere un liquido.

"Si, signor Belknap. So cosa le passa per la mente", disse, sospirando, Lady Eleonor, con quella voce flautata, lascito degli anni in cui l'anziana soprano aveva calcato i palcoscenici di tutta Europa e delle Americhe, appena arrochita dall'inesorabile scorrere del tempo.

"Come dite, milady?", obiettai con rispetto, ma evidenziando il giungere inatteso di un simile tentativo di impressionarmi con doti di chiaroveggenza che, evidentemente, un'artista, pur dotata in passato, non poteva possedere. Lady Eleonor sapeva cantare, certamente, ma non era un'esperta di spiritismo, mesmerismo o divinazione, né di pratiche occulte meno a là page che in un Casato tanto conosciuto, come quello cui ella apparteneva, avrebbero creato voci e dicerie impossibili da cancellare.

Gli occhi dell'anziana nobildonna, già velati dalla cataratta, si fecero sottili, come una fessura nel cielo notturno. "La tazza, signor Belknap. La tazza di tè che avete davanti. State pensando che essa ha un aspetto singolare. Alquanto singolare. Non è vero?".

Ritrassi la mano dal manico della tazza, che era a pochi centimentri dai miei polpastrelli, quasi intimorito da tanta inaspettata e, diciamocelo, indesiderata precisione.

"Vi prendete gioco di me, milady. Non nego di esserne stato colpito, ma ho fondato motivo di ritenere di non essere il primo a constatare la finezza del disegno e la particolare delicatezza del cesello nel caso dei fregi del manico. Sono nel giusto?".

"Certamente, Signore. Non si dovrebbe confondere la banalità del contenuto con la particolarità della forma del contenitore e viceversa. In questo caso la forma va ben oltre la funzione, come anche l'origine dell'oggetto, del manico in particolare, che è stato aggiunto ad una base molto più antica da..."

"Signora, voglia perdonare l'intrusione, ma è attesa dal Dottor Soerensen nella Sala Rossa". Anderson, il Maggiordomo, si profuse in un inchino poco profondo, almeno quanto la sua riluttanza a distrarre la padrona di casa dalle cure che sono dovute ad un ospite di basso rango. In fondo io non sono nobile, anche se sono ospite in una casa aristocratica.

Con la lentezza di un antico portale, la vecchia nobildonna mormorò alcune parole di congedo per il servitore e, rivolgendosi a me, soffiò dalle labbra sottili un qualcosa che doveva suonare come "devo allontanarmi, ma sarò lieta di continuare la nostra conversazione a cena. In genere viene servita alle sette in punto, nella Sala delle Armi".
Poi, con un'agilità sorprendente per un'età così veneranda, ella scivolò via dalla porta in un fluttuare di trine, nastrini e pizzi, come richiedevano gli abiti demodé che la vecchia signora insisteva nell'indossare, non senza una buona dose di civetteria.

Rimasi solo nell'austero salottino privato di Lady Eleonor, osservando la tazza celeste e lo strano manico d'argento. Esso rappresentava chiaramente la miniatura stilizzata di un basilisco, una di quelle creature del mito che trovavano dimora negli scritti di Plinio il Vecchio e, in età più tarda, di Isidoro da Siviglia e del venerabile Beda.

Un basilisco poteva uccidere soltanto con lo sguardo e, anzi, la sua venefica presenza era in grado di ammorbare l'aria che lo circondava, appestando mortalmente tutti coloro che fossero tanto disgraziati da incrociarne il cammino.

Sgombrai presto la mente dalle tracce degli studi polverosi della mia adolescenza e dal ricordo doloroso delle bacchettate che il mio precettore era solito infliggermi quando la memoria inciampava o l'attenzione prendeva altre strade che non fossero quelle della lavagna.

D'improvviso il mio sguardo fu attratto nuovamente dalla tazza: avevo la bizzarra impressione che qualcosa fosse cambiato in essa. Ora però essa giaceva riversa sul pavimento. Eppure, no, non poteva essere che un mancamento che mi aveva fatto versare il tè sul tavolinetto davanti al divano senza che avvertissi la caduta.

Mi sarei dovuto scusare, forse avrei dovuto chiamare i domestici, tirando il cordoncino dietro la porta, ma intanto occorreva recuperare la tazza e accertarsi che non si fosse scheggiata o crepata: un danno a quell'oggetto così antico e della cui risalenza ero stato avvertito dalla padrona di casa mi avrebbe certamente fruttato l'esibizione di tutto l'astio che Lady Eleonor già tratteneva a stento.

D'altra parte il compito degli avvocati liquidatori è spesso sgradevole, tanto sgradevole che neanche lo spesso velluto dell'affettata etichetta noibiliare poteva trattenere completamente il rancore che ne derivava in chi era costretto dalla legge a subirlo.

In altre parole, io ero ospite di colei il cui patrimonio, costituito dalla villa e dalla tenuta che la circondava, ero venuto a stimare per procedere ad una vendita ai pubblici incanti.

La signora avrebbe probabilmente concluso i suoi giorni in un appartamento dignitoso, ma più raccolto, a Londra, circondata dai ricordi dei fasti passati della sua stirpe, ma umiliata dal marchio del fallimento e della liquidazione del proprio patrimonio.

Dovevo però svolgere il mio compito senza prestare orecchio ai dubbi dell'anima e, da buon professionista, far piazza pulita di ogni scrupolo  e procedere senza indugio alla stima dei beni.

L'indomani mattina avrei nominato due testimoni fra i domestici e aperto l'elenco dei cespiti.

(segue)

postato da: Giichi alle ore 22:23 | Link | commenti
categoria:provo a scrivere racconti
martedì, 21 ottobre 2008

dandrizzaCon un cognome che finisce per "rizza"...vabbè: è l'Italia, con le sue buffonate.
Esemplare il trittico posposto al cartello, mano d'artista per chi tracciò il pittogramma che raffigura, per l'appunto, l'uomo nero cui si vieta di ammorbare l'eburneità razziale dell'ameno ritrovo "le tre botti" (e guardando i primi due da sinistra ci si domanda dove abbiano messo la terza).
Notizia di stampa: http://mattinopadova.repubblica.it/multimedia/home/3366549


 

postato da: Giichi alle ore 16:14 | Link | commenti (7)
categoria:politica